Amore come volontà di annientamento

Il mondo sociale che ci contiene e dal quale, di conseguenza, non è possibile sfuggire, ci separa da noi stessi. Siamo costretti a tenere ritmi assurdi, ripetendo all’infinito le stesse azioni, travolti dalla routine quotidiana. il proprio “Io” viene ridotto ai minimi termini. Sono Io se non ho un lavoro?  Sono Io se non seguo i dettami della moda? Sono Io se non desidero ciò che gli altri desiderano? Quanto vale il nostro Io?

Gli uomini si sentono poveri e soli al di fuori del sociale. Ma l’uomo è molto più di ciò che appare nel mondo sensibile e la sua povertà diventa nullità estrema se non esiste qualcuno, una persona, almeno una persona che possa infrangere le regole, penetrarlo nel profondo e dire: “io ti capisco”. “Ti” capisco. Per una volta non vogliamo capire, vogliamo invece essere capiti. Cerchiamo nel “tu”, il proprio “io”. Disperatamente.

La società non ha bisogno di poeti. Non è casuale il degrado delle scienze umanistiche in favore di quelle tecnologico-ingegneristiche. Alla società non serve una persona che sappia sognare, serve invece qualcuno che sappia ubbidire, svolgere compiti, seguire regole. In questa inevitabile reazione a catena la poesia dell’anima lascia il posto all’ossessione per la carne, che nulla ha a che fare con il desiderio autentico, se non che quando amiamo la carne, penetriamo il corpo tentando, bramando la penetrazione dell’impenetrabile: l’anima; il nostro “Io” più profondo, quello strettamente connesso alla follia, che oscilla fra ragione e sentimento.

«L’amore inizia dove la bestialità finisce.»
Platone – Simposio

Anche la sessualità è innanzitutto un impulso irrazionale, perché il sesso è un atto di pro-creazione, un impulso che preme dal nostro lato bestiale e irrefrenabile, nello stesso tempo legato alla follia, ma che si mescola al desiderio di afferrare qualcosa che va oltre il corpo, oltre la tangibilità della carne: il desiderio originario che, impossibile da palpare nell’intelligibile, tentiamo di afferrare e stringere a noi nello stesso modo in cui stringiamo il corpo che stiamo amando. Sì cerca qualcuno che riesca a frantumare, non il corpo, ma la porta saldata del nostro raziocinio, facendoci sprofondare nella follia. La follia più radicale che va oltre la semplice dimensione della patologia: “il sonno della ragione”, ma non solo. Il corpo dell’altro diventa il veicolo sensibile attraverso il quale possiamo toccare, esplorare e perderci inevitabilmente in noi stessi; nelle profondità della nostra anima.

«La follia è tanto superiore alla sapienza in quanto la prima viene dagli dei, la seconda dagli uomini.»
Platone – Fedro

La follia dell’amore porta la dimensione dell’uomo alla sua vera natura. E qual è la vera natura dell’uomo? Debolezze, ossessioni, irrazionalità, caos. Tutte quelle caratteristiche che da sempre ci appartengono e che la nostra ragione tenta di tenere al guinzaglio. Nel momento stesso in cui amiamo, ci abbandoniamo all’imprevedibile. Possiamo davvero amare ragionando? I discorsi e le azioni degli innamorati dal punto di vista logico sono incoerenti. Cercano conferme logiche a comportamenti illogici. Giurano come se non fosse vero ciò che provano. Vogliono sentimenti credibili ma li dicono con parole incredibili. Cosicché si ama “per sempre”, “alla follia” tant’è che la capacità di innamorarsi è inversamente proporzionale al controllo razionale che l’individuo riesce ad avere di sé. Il deficit della propria parte folle, viene compensato per mezzo dell’oggetto del desiderio: un pasticcio che può portare all’oblio.

Affidandoci a qualcuno per violare la nostra parte più nascosta e incontrollabile, ci lasciamo penetrare da un estraneo che, per la stessa natura umana e del sentimento che lo veicola, ha come scopo lo sconvolgimento di ciò che siamo. Lo scopo non è la comprensione, come può esserci comprensione in ciò che è folle? C’è invece il tentativo (appunto, folle) di plasmare l’altro a immagine e somiglianza dei propri indefiniti desideri. Ma cos’è il volere che le cose siano altro da sé, al di la delle presunte intenzioni, se non volontà dell’annientamento?

Amore non è condivisione, non è cura: è distruzione delle barriere che separano nettamente la follia dalla ragione. Amore è: volontà reciproca di distruggere l’Io cosciente. Cosicché quando torniamo alla ragione, siamo demoliti, sconvolti nel profondo, perché per un istante (o una vita), abbiamo guardato negli occhi la follia che risiede nel nostro subconscio.

Ma è un passo necessario: non si può pretendere di conoscere alcunché, se non si prende innanzitutto coscienza dell’irrazionalità che è presente dentro di noi. La stessa irrazionalità che ci illude di poter comprendere o prevedere i comportamenti delle persone, guidate anch’esse da proprie dimensioni egoiche, smisuratamente folli e imperscrutabili.

Quando accade, quando la ragione riesce a prevalere, ci avviciniamo di qualche passo al nostro esser uomo. Altrettanto ci allontaniamo dal divino.