35 anni possono non essere tanti, ma sono stati dannatamente belli

«35 anni possono non essere tanti, ma sono stati dannatamente belli».

Muore a 35 anni per un tumore e scrive il suo necrologio: “Non prendete le piccole cose troppo sul serio”

Riuscireste a dire la stessa cosa se doveste morire domani? Io no… E questo pensiero mi logora.

Verità, felicità, dolore, violenza, morte… Le grandi questioni della vita sono sempre state al centro del mio pensiero. Di recente, sento sempre più pesante il fardello del tempo che passo al mondo; e più invecchio, più mi risulta evidente l’abissale differenza tra me e i miei coetanei.

Le scelte di vita che ho fatto, radicali, estreme, incomprensibili ai più, hanno segnato un destino dal quale non posso più fuggire. Un destino che ho modellato con le mie stesse mani, rigettando ognuna di quelle pietanze d’alta cucina conformista che la società m’ha messo davanti su un piatto d’argento.

Denaro, successo, lavoro, famiglia, figli: quei valori che tutti ricercano e considerano positivi, non sono mai stati una mia priorità. Forse non sono mai cresciuto. Ho deciso di restare per sempre un adolescente curioso, sedotto dal piacere della scoperta, dalla ricerca di verità, della conoscenza, dell’arte, del gioco.

Io sono il disadattato par excellence. Ma questo mio anticonformismo genetico non è di quelli che vedi sulle storie di Instagram o nelle manifestazioni di piazza, è di quelli oscuri, che puoi scovare solo incavandoti nelle viscere della terra. Sono un “Ispettore delle fogne” invisibile, attento, solo.

Sono quasi sempre rimasto qui sotto, a razzolare nella merda dalla mattina alla sera, dove pochi osano mettere il naso per paura di vomitare quei deliziosi pranzetti argentei a causa del fetore nauseabondo.

Se morissi domani, la mia vita sarebbe stata inutile, nel senso più sterile del termine.

Se fossi immortale come un dio greco non mi farei problemi. Ma è proprio questo, il problema: vivo come se fossi immortale e non mi curo del mio domani. Mi interessa solo il passato, da un punto di vista storico-culturale, e il presente. E per presente intendo oggi, al massimo il mese a venire.

«Posso continuare a vivere così?», è la domanda che continuo a farmi senza trovare risposta. Perché non ho mai sentito la necessità di “emergere” dal sottosuolo. La consapevolezza di essere ciò che volevo essere mi era sufficiente. Adesso, non ne sono più sicuro. Quando penso alla mia morte, l’inutilità della mia esistenza mi si para davanti come una lapide di ossidiana con un solo epitaffio inciso sopra:

«Non lascia alcuna eredità degna di nota al mondo, passate pure avanti. Non c’è niente da vedere».