Memorie dall’invisibile

Riporto un passo tratto da un albo di Dylan Dog (del quale fumetto sono appassionato lettore), intitolato Memorie dall’invisibile. Qualche anno fa, leggendo la portentosa introduzione dell’albo, decisi che sarebbe stato un ottimo soggetto da sviluppare, magari per scrivere un romanzo.

Come tutti gli scrittori adolescenti e in erba, scrissi una notte intera, di getto, continuando per un paio di giorni. Ma certo questo non è l’approccio più giusto. Non avevo la minima idea di dove sarei andato a finire: infatti andai a finire contro un muro.

Il passo che vi presento è spalmato di sarcasmo, pathos, commozione. Elementi che caratterizzano gran parte della produzione dylandoghiana di Sclavi e che, lo ammetto, adoro!

Memorie dall’invisibile
di Tiziano Sclavi

Sono sempre stato una nullità. Da bambino, mia madre mi scambiava per mio fratello, anche se ero figlio unico. Quindi non ero neanche unico. D’altronde mia madre crede ancora oggi che sia mio fratello, il figlio unico.

A scuola, la maestra mi segnava sempre assente, anche quando ero presente. Nei giorni in cui ero davvero assente non se ne accorgeva e mi segnava assente lo stesso. Tutti gli altri ragazzi avevano degli hobby. Il mio hobby è sempre stato respirare. Quando mi guardavo allo specchio, neanch’io mi riconoscevo, e se parlavo tra me e me, mi davo del voi.

Appena potei, me ne andai da casa e venni a vivere a Londra, da solo. Anzi, meno che solo. Comunque, se non altro, come nullità non mi fu difficile trovare un lavoro all’ufficio del catasto.

Dove abitavo, non era un granché ma non potevo lamentarmi. Proprio non potevo, perché ero in subaffitto e quindi era come se non ci fossi. Comunque, non mi dispiaceva: per una nullità come me era fin troppo. E poi, al piano di sotto c’era lei… Lei si chiamava Aileen. Appena la vidi me ne innamorai. E lei una volta mi sorrise. Lei mi aveva visto, capite? Per la prima volta, un altro essere umano si era accorto che esistevo. Anzi, di più: un’essere umana! Ed era così bella, così dolce…

Ho sempre pensato che uno vive se c’è qualcun altro che crede in lui. Beh, io il mio qualcun altro l’avevo trovato, ed ero felice. Certo, non avrei mai avuto il coraggio di chiedere qualcosa di più ad Aileen, ma che importa? Mi bastava, mi sarebbe bastato sempre quel suo unico sorriso.

Quella notte, saranno state le tre, io ero ancora lì a scrivere (poesie d’amore per Aileen, naturalmente), quando sentii bussare alla porta del piano di sotto. Sul momento non ci feci caso: accadeva spesso. Evidentemente, Aileen, aveva degli amici nottambuli. D’altronde, anch’io soffro d’insonnia. Io, intanto, ero con l’orecchio attaccato alla porta, ma riuscivo a sentire ben poco. Poi Aileen gridò. E allora successe. Sentii una fitta al cuore. E poi ancora dolore, un dolore tremendo, da morire.

Ma come può morire chi non è mai stato nessuno?

Poi il dolore passò. Arrivai alla porta di Aileen, e vidi, e cercai di gridare, ma per tre interi secondi nessun suono uscì dalla gola. Finchè… Gridai. NOOOOOO. Lui stava lì, guardava verso di me, ma c’era qualcosa di strano. Sembrava che non mi vedesse…

Mi scagliai su di lui. Non capivo, era più grosso di me e aveva il coltello… Eppure fuggiva e sembrava spaventato. Non lo seguii, mi inginocchiai su Aileen e per la prima e ultima volta le accarezzai i capelli. Restai lì, in ginocchio, non so per quanto tempo. Non venne nessuno: nel palazzo abitavamo solo io e Aileen. Restai lì a guardarla e non mi avrebbe più sorriso, e l’unico sorriso che avevo mai ricevuto se n’era andato per sempre.

Mi alzai solo all’alba, e mi volsi intorno quasi incredulo, come se quella stanza neanche esistesse, come se il mondo fosse scomparso. Poi il mio sguardo incontrò lo specchio e vidi riflesso il corpo di Aileen. Solo che c’ero anch’io lì accanto a lei! Mi avvicinai allo specchio: niente, non rimandava la mia immagine (che comunque non avrei riconosciuto). Ci alitai sopra: lo specchio si appannò, ma della mia faccia neanche l’ombra. E allora capii che era vero: viviamo solo se qualcun altro crede in noi. Con la morte di Aileen non era scomparso il mondo, ero scomparso io. E non mi sembrò neanche tanto strano: “Signora maestra” – pensai – “mi segni assente!”.

Verso sera arrivò un’amica di Aileen e vide il cadavere. Io ero ancora lì. Poi venne la polizia. Io ero ancora lì. Mi alzai solo quando vidi che la stavano portando via. Tornai su, nella mia stanza. Beh, sono contento che non mi possiate vedere, perché piangevo. E bevevo. Più bevevo e più piangevo, e viceversa. E fumavo. Se mi avesse visto mia madre, a bere e fumare… probabilmente avrebbe rimproverato mio fratello.

Dunque, ero passato dalla nullità, al nulla. Come vedete, non servono formule nè vernici prodigiose, basta molto meno, o forse molto di più. Basta che se ne vada l’unica persona che ti abbia mai sorriso. Comunque, fatto il gran salto, non ci si sente male. Tra l’altro, non ti devi preoccupare se hai una macchia sul vestito e puoi fare pipì dove ti pare. Le foto per i documenti non vengono molto bene, ma tanto i documenti non ti servono più. Proprio: alla fine della bottiglia ero quasi allegro. E poi, pensavo, così mi sarà più facile trovarti… Assassino.

Tratto da Dylan Dog n.19Memorie dall’invisibile – testo di Tiziano Sclavi.