Silvia Romano è libera: «Mi sono convertita all’Islam». Libera scelta?

La discussione si sta già polarizzando, trasformandosi in tifo da stadio, tra chi ignora totalmente la conversione religiosa di una persona additandola come irrilevante, da un lato. Dall’altro, virologi che si sono appena digievoluti in psichiatri che parlano di “Sindrome di Stoccolma” trasformando una volontaria che aveva deciso di dedicare tutte le sue energie per aiutare i bambini dell’Africa, in un’estremista terrorista islamica sanguinaria dell’ISIS a cui è stato fatto il lavaggio del cervello.

Ciò che sappiamo è che Silvia Romano ha vissuto gli ultimi 18 mesi in una situazione estrema. Una situazione che ha richiesto enorme “forza e resistenza“, come ha dichiarato lei stessa. Dunque: non una vacanza in un hotel a 5 stelle. E certamente non una situazione in cui le “scelte” potevano essere fatte nel modo più avveduto e lucido possibile. Per definizione, la condizione di “prigionia” è l’esatto contrario della condizione di “libertà”.

Questi sono i fatti. Affermare che stia mentendo, o che sia stata manipolata, sono assolute speculazioni che non trovano riscontro. E se pure trovassero riscontro, non dovrebbero fare altro che farci stringere in un abbraccio ancora più forte verso una povera ragazza che, per sopravvivere, ha dovuto tirare fuori una forza che non possiamo immaginare. Una forza che molti riescono a trovare soltanto nella fede.

Se ne parlerà troppo (temo, in modo insopportabile) invece di avere rispetto e sperare che Silvia possa ricevere tutto l’affetto possibile dalla sua famiglia e dai suoi amici, nonché tutto il supporto psicofisico che la nostra civiltà occidentale consente di ottenere, spesso gratuitamente. Un supporto che non è scontato, come in Africa e altre parti del mondo sanno bene. Come Silvia sa molto meglio di tanti, visto che s’è adoperata in prima persona per metterci una pezza, mentre gli altri si facevano cullare dal comfort della loro vita fatta di divano, maxischermo e rabbia repressa, oppure a quella che Jung amava definire “nevrosi” dell’ateismo. Un privilegio che non tutti possono permettersi.